Al di là delle dune sabbiose, in una terra desolata dove non passava mai nessuno, viveva un cactus, una pianta verde dalle lunghe spine, che aveva due lunghe braccia e dei fiorellini che ogni tanto gli ornavano la testa. Era sempre solo, non aveva amici se non qualche sporadico avvoltoio di passaggio che si fermava solo per chiedere informazioni, o qualche serpentello antipatico che scavava la sua tana lì vicino.
Era solito giocare con le proprie spine, fingeva fossero tutte abitanti del proprio corpo, e un bel giorno, nel mezzo di un suo gioco, accadde una cosa strana.
«In guardia! Dico a te, spina numero 3, spina 6 sta cercando di attaccare le sue truppe, cominci a mandare avanti l’artiglieria pesante. Papparapà, papparapà! Squillino le trombe e rullino i tamburi! Il re è arrivato!» e mentre sorrideva guardando e immaginando la sua storia, il sole improvvisamente divenne rosso, come se qualcosa lo avesse oscurato.
“Un’eclissi?” pensò il cactus alzando gli occhi al cielo, e vide davanti a lui qualcosa che non aveva mai visto prima d’ora, una forma tonda dal colore sgargiante che volteggiava nell’aria. Non era un uccello! No affatto! Non aveva le ali e nemmeno il becco! E poi non starnazzava! Non era nemmeno una farfalla! Non era una mosca … un moscerino o una zanzara!
E allora cos’era?
«Etciù» starnutì il cactus.
“Ha anche un odore strano, ed è trasparente!” osservò fissandolo mentre cercava di toccarlo con i suo rami.
«Non farlo! Fermo!»
Il cactus si guardò intorno per cercare di capire da dove venisse quella voce.
«Sono quassù! Non farlo o lo bucherai!»
«Oh… Sei tu!» fece sorridendo all’amico avvoltoio.
«Non è roba da mangiare, purtroppo per me!»
«Ma che cos’è? E perché non posso toccarlo?»
«È un palloncino! Non puoi toccarlo perché con le tue spine potresti bucarlo!»
«Un pallo… che?»
«PALLONCINO! Li usano i bambini in città, giocano a farli volare, ce ne sono tanti nelle feste!»
«Davvero? Quindi viene dalla città? E come è arrivato fin qui?»
«I bambini a volte li perdono, e loro volano via dalle loro mani, e allora si alzano alti nel cielo e viaggiano moltissimo!»
«Ooooh! Ma che bello! Chissà quante cose avrà visto, e chissà a quale bambino apparteneva!»
«Sicuramente ne avrà viste di cose!»
«Chissà se vuole rimanere qui con me?»
«Beh… È difficile… il vento può spostarlo… e poi i palloncini non hanno una vita lunghissima…»
«Ah no? E perché? Forse è perché il filo non è legato da nessuna parte?»
«Beh, no… hanno una vita breve perché con il passare del tempo perdono l’aria che hanno dentro, diventando sempre più sgonfi finché alla fine cadono a terra, vuoti!»
Il cactus che un pochino si era rattristato, guardò l’avvoltoio e disse con voce tremula: «Allora lo terrò con me, finché non cadrà a terra sgonfio!»
«Volerà via!» replicò l’uccello, «Ma se lo legheremo a un sassolino questo non succederà!»
Cosi l’avvoltoio con le sue zampe spostò un sasso sul filo del palloncino e lo sistemò per bene accanto al cactus.
«Ecco! Proprio così! Sarà bello svegliarmi la mattina e vedere che accanto a me c’è qualcuno con cui posso parlare, che posso guardare e che mi fa compagnia! Sarà davvero fantastico! Grazie, amico!»
«Sono felice per te! Avrai anche tu un po’ di compagnia! E sai che ti dico? La prossima volta che troverò un palloncino, lo porterò da te!»
I due si sorrisero, e mentre l’avvoltoio volava via, il cactus guardava fiero il suo palloncino rosso. Era felice anche se non poteva toccarlo, era felice di vederlo in aria, gli bastava averlo lì e ammirare la danza colorata che faceva nel cielo ogni volta che tirava il vento! E rimase così, con il sorriso di chi non era più solo!
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