C’era una volta, una ragazzina che tutti chiamavano Gerla. La sua famiglia e la gente del paesino di montagna dove viveva, le avevano affibbiato questo soprannome perché fin dalla tenera età aiutava la nonna nei campi e portava sulle sue spalle una gerla fatta di fusti di nocciolo.
La gerla in questione venne acquistata dalla nonna alcuni anni prima, presso un mendicante che intrecciava ceste di vimini per guadagnare qualche spicciolo.
La povera donna, in quei giorni, non se la passava bene, ma il canestro le serviva perché il raccolto delle ciliegie era ormai imminente ed ella non possedeva nulla per trasportarle al mercato e venderle.
Il mendicante s’impietosì al suo racconto e decise di regalarle la gerla ma pose una condizione ed egli disse: «Buona donna, io comprendo le tue difficoltà e voglio aiutarti, ecco una gerla per te, ma ricorda… al compimento degli undici anni della tua prima nipote femmina, ella dovrà venire qui da me e in questo stesso giorno io vorrò vederla».
La contadina acconsentì pensierosa e il patto fu fatto.
Fu così che gli anni trascorsero e Gerla stava per compiere il suo undicesimo anno, all’anziana donna tornò alla mente la richiesta fatta dal mendicante, ella era riconoscente e di parola, se non fosse stato per il dono fattole, la sua famiglia non sarebbe sopravvissuta alle mancanze di molto tempo addietro.
La gerla le permise di vendere i raccolti e di sfamare e dare una vita dignitosa anche alla sua cara nipote.
Cosicché decise di onorare il patto e l’indomani si recò con Gerla dal mendicante. L’uomo le accolse con gioia e fu felice di sapere che le cose fossero migliorate, ad un certo punto disse: «Per esprimere riconoscenza alla vostra puntualità voglio regalarvi una pigna. Badate bene, si tratta di una pigna speciale ed io voglio che la ragazza ne faccia un decotto e lo beva».
Nonna e nipote ringraziarono, diedero al mendicante una moneta, si accomiatarono e s’incamminarono verso casa. La sera stessa Gerla preparò il decotto, lo bevve e andò a dormire.
Appena si addormentò, si presentò ai suoi occhi un paesaggio fantastico, l’aria era leggera, il mare e il cielo si fondevano in una delicata sfumatura color lavanda, una barca di legno robusto l’attendeva sulla riva, ella salì con coraggio ed iniziò a remare.
Il movimento della corrente favoriva l’avanzare dell’imbarcazione, dopo un po’ si ritrovò a percorrere un fiume, le cui sponde, erano protette in altezza e per tutto il corso, da alte lastre che contenevano lo spettro intero dei colori, per chi le osservava dal fiume erano rarefatte mentre per chi le toccava dalla terra erano di vetro scuro ed infrangibile.
Gerla scrutò con attenzione e vide che scorrevano lungo la sponda sinistra delle immagini, in cui vedeva riflessa se stessa.
I pensieri le arrivavano semplici, puliti e ordinati, in questo modo poté vedersi per come era.
Vide il suo bel volto con i caldi occhi nocciola e poi notò ancora il suo viso ma questa volta vi era un’ombra che lo celava ed impaziente cercò di strappare quel velo, incapace di sentirselo addosso.
Man mano che incedeva ella si ripuliva e lasciò scorrere tutto. Perse le memorie antiche e ritrovò sé stessa, dimenticò le conoscenze impersonali e convenzionali ed ebbe una nuova vista, smarrì la rotta e si accorse di essere diventata un’onda leggera ed avvolgente che ritornò al mare.
Il mondo era lei, il mondo era suo.
(Eleonora Martes)
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