Se vi trovate a passeggiare di notte per le strade in acciottolato del centro storico di Pavia, o sotto i portici di Piazza della Vittoria che conducono al Duomo, provate a soffermarvi per qualche minuto sulle ombre che la luce dei lampioni disegna sui muri degli edifici. Se siete fortunati, potreste incappare anche in quella di un simpatico burattino chiamato Famiola, che si diverte a spostarsi di casa in casa sotto la protezione delle stelle, e a far visita di nascosto ai bambini della zona.
Vi starete chiedendo come sia possibile che una marionetta possa muoversi in completa autonomia, ma soprattutto: come faccio io a sapere della sua esistenza? Si dà il caso che, una sera di tanti anni fa, incuriosito dai racconti che i nonni raccontavano a noi bambini, ebbi la brillante idea di tenere la finestra aperta e di appoggiare sul davanzale una maschera comprata dai miei genitori al mercatino pavese dell’antiquariato, che raffigurava proprio Famiola.
Aspettai ansioso la sua venuta sotto le coperte per buona parte della nottata, finché il sonno non prese il sopravvento e incominciai a sbadigliare, perdendo le speranze. Poi, d’improvviso, un venticello fece muovere la tenda, e la luce della luna proiettò su di essa una strana ombra.
«L’ai fam», sussurrò l’ombra.
Mi alzai a sedere e mi stropicciai gli occhi, incredulo.
Esili braccine di polistirolo spuntarono dalle pieghe della tenda e toccarono la superficie liscia della maschera colorata. «L’ai fam, l’ai fam», continuò a ripetere, con un tono estremamente malinconico.
Anche se ero un bimbo nato e cresciuto a Pavia, conoscevo benissimo quella parola piemontese, perché il nonno, quando mi aveva raccontato la sua storia, mi aveva spiegato che quella era proprio l’origine del nome di Famiola. Mi alzai dal letto e, risoluto, mi
avvicinai alla finestra. Non sapendo cosa dire, gli domandai semplicemente: «Hai fame?». Il suo viso sbucò dalla tenda e quell’esserino puntò su di me i due piccoli cerchietti dipinti che aveva al posto degli occhi. Mi fissò intensamente. «L’ai fam!», esclamò di nuovo con foga. Rimasi a fissare quel suo aspetto così particolare: era alto non più di mezzo metro e vestito con giacca, gilet e pantaloni, tutti di colore rosso sgargiante, con un ampio farfallino verde sotto il mento e un buffo cappello che gli copriva il capo.
«Cosa mangiano le bambole?», gli domandai, dubbioso. In effetti, non mi era mai capitato di dar da mangiare a un burattino di polistirolo. Provai a ripensare a Pinocchio: cosa gli aveva dato da mangiare Geppetto, quando era ancora un bambino di legno? Una mela, forse?
«L’ai fam», ripeté insistentemente, e realizzai che forse quella era l’unica espressione che conosceva.
«Mmm, vediamo…». Camminai su e giù per la stanza, seguito dal burattino che emulava i miei movimenti. Sembrava che l’imitazione lo divertisse molto. «Posso farti provare il salame di Varzi: sai, è molto buono! O forse preferisci la cipolla dorata di Voghera, anche se a quest’ora della notte forse non è proprio il caso!»
Mentre continuavo a girare in tondo, Famiola iniziò a curiosare nella stanza, aprendo i cassetti e tirando fuori calzette e boxer, tastando i pulsanti del mio computer e sfogliando il calendario sopra il letto, in cui erano raffigurati mese per mese gli eventi importanti della mia città. Fu quando arrivò al mese di Febbraio che finalmente realizzai cosa desiderasse.
«L’ai fam», esclamò, indicandomi la foto che raffigurava la parata del Carnevale di Pavia.
Osservai meglio e finalmente capii. «Ma certo, ti piacciono i coriandoli! Dovevo immaginarlo».
Aprii uno dei cassetti in fondo all’armadio e mi misi a cercare tra le mie cianfrusaglie. Alzai il braccio in segno di vittoria, sorreggendo nella mano una busta colorata piena di piccole carte di tanti colori.
Famiola batté forte tra loro le sue mani di polistirolo. Ci avevo azzeccato: era proprio quello che voleva! Pochi istanti dopo, una miriade di coriandoli si sparpagliarono per tutta
la stanza, colorandola come se fosse carnevale. Famiola sembrava aver trovato finalmente ciò che desiderava. Sul suo viso non c’era più alcuna traccia di malinconia, ed io ero orgoglioso di aver contribuito, nel mio piccolo. All’improvviso, sentii una voce rimbombare nella casa, seguita dal rumore di passi in avvicinamento.
«Giuseppe! Ma che stai combinando a quest’ora della notte?»
Mi voltai in direzione della porta: se la mamma avesse visto Famiola, non so come avrebbe reagito. Non feci in tempo a trovare una soluzione, che la porta si aprì e comparve lei, avvolta dalla sua vestaglia. Stropicciandosi gli occhi dal sonno, mi chiese: «Non è ora di andare a dormire, tesoro? E poi, perché tieni la finestra aperta, con questo freddo?»
Mi voltai di scatto, stranito dal fatto che non si fosse accorta di nulla. Ma capii subito il perché: non vi era più traccia del burattino animato, né tantomeno dei coriandoli sul pavimento. Sembrava che niente di tutto quello che avevo vissuto negli ultimi minuti fosse mai accaduto.
«Dai, torna a dormire tesoro, ché è tardi». Mamma si chinò a baciarmi, poi chiuse la porta e mi lasciò solo coi miei pensieri. Possibile che mi fossi immaginato tutto?
Deluso, mi avvicinai alla finestra per chiudere le persiane. Con enorme sollievo, mi accorsi che una scia di coriandoli luminosi si allontanava verso il borgo Ticino. Se aguzzavo la vista, potevo vederla danzare lungo il fiume, per poi sollevarsi e superare il Ponte Coperto, scomparendo alla mia vista.
Da quella notte, lungo i muri degli edifici di Pavia, vicino alle ombre scure proiettate dai lampioni affilati per le strade, i più fortunati riescono a scorgere uno spettacolo di piccole scie colorate: i coriandoli di Famiola. E da allora, un’altra fiaba viene raccontata spesso dai nonni ai piccoli pavesi: la storia del burattino delle scie colorate, e del bambino che gliele donò.
(Lorenzo Iero)
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