Biancofiore

Molto tempo fa, quando le stelle che vedi non avevano ancora un nome, un re e una regina governavano in modo giusto e generoso un regno lontano. Nonostante questo, si sentivano estremamente sfortunati. Desideravano infatti un figlio che non arrivava.

Con il passare del tempo la regina perse ogni speranza. Turbata dalle conseguenze che una tale disgrazia avrebbe avuto su tutto il regno e sul suo amato sposo, decise di andare dal diavolo.

Si presentò al suo cospetto e cercò di mascherare la sua disperazione, ma l’astuto diavolo percepì immediatamente la sofferenza della donna e volle approfittarne.

«Avrai un figlio…» le disse. Rimase in silenzio un istante prima di proseguire: «Ma il giorno del suo ventesimo compleanno lascerai che se ne vada».

La regina pensò che a vent’anni suo figlio sarebbe stato ormai un uomo. Non vide nessun pericolo nel lasciarlo libero, a quell’età, di prendere in mano la propria vita. Cosi accettò il patto.

I sovrani ebbero un figlio, il più bello, sano e forte del regno, ma era stato desiderato cosi a lungo che, involontariamente, lo viziarono tanto che lui non riusci mai ad apprezzare ciò che aveva. Con il passare degli anni divenne un giovane capriccioso e irresponsabile, dedito più di ogni altra cosa al gioco, sua grande debolezza.

La sua fama come giocatore di carte crebbe a tal punto da raggiungere persino il diavolo, che decise di sfruttare la situazione. Una notte andò dal principe, si presentò come il duca di un regno confinante e lo sfidò a carte, perdendo di proposito tutte le partite che giocarono. Il giovane, esaltato dalla possibilità di fare altri soldi facili, gli propose un nuovo incontro per il giorno dopo. In quell’occasione, però, il diavolo mostrò le sue reali capacità, vinse tutte le mani e lasciò il principe senza nemmeno una moneta.

«Continuerei a giocare» si lamentò il principe, «ma non ho più nulla da scommettere.»

Il diavolo lo guardò negli occhi, rivelandosi per ciò che era, e sussurrò: «Puoi giocarti l’anima».

Il principe accettò, convinto che con quella partita avrebbe recuperato tutto ciò che aveva perso. Non fu così, e il diavolo vinse ancora una volta.

«Se vuoi riavere la tua anima, vieni al mio castello» disse il demonio, che continuava a infierire sul giovane. «Ti affiderò tre prove da svolgere. Se le porterai a termine, te la restituirò.»

Il principe non aveva alternative poiché senza anima si sarebbe seccato come un albero le cui radici non trovano acqua da bere e terra con cui alimentarsi. Cosi, triste e pensieroso, tornò al castello per dire addio ai suoi genitori. I due si ricordarono della promessa che la regina, vent’anni prima, aveva fatto al diavolo, e svelarono al figlio la verità. Poi provarono a dissuaderlo dall’intraprendere quel viaggio, per timore che terribili disgrazie si abbattessero su di lui. Il giovane non incolpò i genitori per quel destino incerto, perché in cuor suo sapeva di aver deciso spontaneamente di giocarsi la propria anima a carte. Inoltre sperava che le tre prove non fossero difficili e che in poco tempo tutto sarebbe tornato alla normalità.

Vagò per un giorno intero, senza sapere come arrivare al castello del diavolo. Al tramonto incontrò un’anziana che gli chiese qualcosa da mangiare e il principe, impietosito, le offri ciò che aveva. Prima di rimettersi in cammino la donna volle contraccambiare quella generosità e così gli chiese come poteva aiutarlo.

«Sono diretto al castello del diavolo» rispose il principe «e, sebbene stia camminando da tutto il giorno, non l’ho ancora trovato.»

«Non sei lontano, però lo troverai solo seguendo queste precise indicazioni» disse l’anziana donna. «Devi raggiungere il fiume che costeggia il Castello di Andata Senza Ritorno. È li che fanno il bagno le figlie del diavolo. Nascondi i vestiti della più piccola, Biancofiore. Non restituirglieli fino a quando non avrà promesso di aiutarti.»

Il principe camminò per giorni. Attraversò valli, boschi e montagne, poi finalmente scorse tra le nubi una fortezza di aspra roccia: era il castello del diavolo. Quando ormai era vicino si nascose dietro alcuni alberi che crescevano sulle sponde di un fiume e aspettò l’arrivo delle tre figlie.

Dopo aver fatto il bagno in un’ansa dalle acque tranquille, le due figlie più grandi uscirono dal fiume e, non appena si furono rivestite, si trasformarono in colombe. Il tempo passava, ma la più piccola era ancora immersa nell’acqua.

Biancofiore galleggiava e osservava le nubi del cielo, che desiderava tanto raggiungere. “Qualsiasi posto è meglio di questo” si diceva. La giovane non voleva uscire dall’acqua poiché sapeva che, non appena lo avesse fatto, sarebbe dovuta tornare al castello sotto forma di colomba.

Odiava quell’immutabile quotidianità che suo padre imponeva a lei e alle sue sorelle. Era proibito leggere, parlare, perfino riflettere. Temendo di perdere le figlie, il diavolo le aveva confinate a una vita da volatili, rinchiudendole in un castello che era come una gabbia. Biancofiore si considerava tremendamente sfortunata. Era felice solo quando scendeva al fiume

Non appena la pelle cominciò a raggrinzirsi, uscì dall’acqua. Il suo corpo era cosparso da una miriade di gocce lucenti. Camminava nuda verso l’albero dove aveva lasciato i vestiti, ma al loro posto trovò un giovane sconosciuto.

«Ti darò i tuoi abiti se prometti di aiutarmi» disse il principe.

Biancofiore si nascose dietro a degli arbusti e fissò il ragazzo, orgogliosa e fiera. Non voleva farsi intimidire. Forse quella era l’opportunità di scappare che attendeva da tempo. Se il giovane avesse accettato, avrebbe potuto ingannare la bestia che stava a guardia della fortezza. Il minimo rumore la svegliava, e solo la voce del diavolo aveva il potere di riaddormentarla.

«Non sei tu a dettare le condizioni» rispose Biancofiore quando riemerse dai suoi pensieri, «Di certo hai più bisogno di me di quanto io ne abbia di te. Seguimi, ti porterò al castello di mio padre. Bada bene, però: parlerai solo quando te lo dirò io.»

Il principe, sorpreso dalla sicurezza della ragazza, accettò senza esitare.

Voleva solo recuperare la sua anima. Le consegnò i suoi abiti e, non appena si rivestì, Biancofiore si trasformò immediatamente in una colomba.

Il demonio non fu affatto sorpreso nel vedere il principe. Desideroso di prendersi nuovamente gioco di lui, pensò alle tre prove impossibili da realizzare.

«Ecco la prima prova» disse. «Spiana il pendio, aralo, semina il grano, mietilo, macinalo e domani portami una pagnotta.»

Era un lavoro che nessuno avrebbe potuto svolgere in così poco tempo, perciò il principe iniziò a piangere disperato. Lui, che pensava di tornare presto dai suoi genitori, sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni nel castello del diavolo.

Biancofiore sentì i suoi lamenti e sospirò. Conosceva bene i trucchi del padre, ma questa volta non gli avrebbe permesso di farla franca. Aveva deciso di scappare dalla prigione in cui aveva sempre vissuto.

«Ti ho promesso il mio aiuto» disse lei, «e io rispetto sempre la parola data.»

Poi aspettò che il principe prendesse sonno e si diresse verso la collina. Grazie alla magia delle sue ali arò la terra e la seminò, mieté il grano con i suoi artigli e le sue piume lo macinarono. Quando il giovane si sveglio, trovò una pagnotta fragrante e la portò subito al diavolo.

«Non saresti stato capace di arare un solo centimetro del pendio senza l’aiuto di Biancofiore: sbraitò il diavolo. Poi, gettando il pane nel fuoco, aggiunse: «Ecco la seconda prova: pianta una vite in questo campo e portami una caraffa di vino entro questo pomeriggio».

Il giovane aveva ormai compreso il gioco del diavolo, così andò direttamente da Biancofiore per chiederle di nuovo aiuto. Lei volteggiò davanti a lui reggendo una caraffa e disse: «Ricorda che parlerai quando te lo dirò io. Se rimarrai in silenzio, non ti dimostrerai un uomo di parola».

Il ragazzo annui guardandola negli occhi e la osservò prendere il volo.

Biancofiore volò verso il vigneto desolato e inaridito. Invocò le nubi, che portarono acqua; invocò il sole, che fece il lavoro di molti giorni in poche ore; invocò il vento, che si portò via le foglie delle viti. Poi il suo volo magico vendemmiò il raccolto, gli artigli schiacciarono l’uva e le piume fermentarono il vino che alla fine il principe portò al diavolo. Quest’ultimo capi subito che ancora una volta Biancofiore lo aveva aiutato. Come sarebbe stato possibile altrimenti portare a termine un simile incarico?

Penso quindi a una terza prova difficile persino per la figlia.

«In fondo all’oceano è custodito un anello che voglio regalare alla mia piccola. Portamelo.»

Ancora una volta il principe andò da Biancofiore, perché lui non avrebbe mai potuto fare ciò che il diavolo gli chiedeva: niente meno che raggiungere le profondità marine!

Questa volta, però, Biancofiore si unì alla sua disperazione. Le stava chiedendo l’anello della memoria e, non appena il diavolo glielo avesse infilato all’anulare, tutti coloro che la conoscevano, eccetto suo padre, si sarebbero dimenticati di lei. Poteva esistere un castigo peggiore?

«Io non ti dimenticherò mai» le assicurò il principe.

Biancofiore versò una lacrima e poi spiccò il volo in cerca dell’anello.

Forse il ragazzo aveva ragione, o forse si sarebbe davvero scordato di lei.

Se non lo avesse aiutato, però, sarebbe rimasta al castello per sempre, perciò doveva almeno fare un tentativo. Volò verso l’oceano e si immerse nelle sue profondità. Non appena trovò l’anello, si strappò dall’ala destra la piuma più lunga.

Dopodiché tutto accadde proprio come Biancofiore aveva previsto: il principe diede l’anello al diavolo e, quando questi si accinse a metterlo al dito della figlia, scoprì che le mancava l’anulare della mano destra.

«Vorrà dire che lo porterai alla mano sinistra» si infuriò il diavolo. «E colui che ti amerà si dimenticherà di te non appena verrà abbracciato da un’altra persona.»

Il piano di Biancofiore aveva funzionato, almeno in parte. Ora il giovane era libero, doveva solo mantenere la parola data. Quella notte, mentre fuggivano dal castello, risvegliarono la bestia con il rumore dei loro passi.

«È arrivato il momento di rispettare la promessa» mormorò Biancofiore.

«Non farti intimorire e dì: “Non è libero chi vola, è libero chi sogna”.»

Il principe comprese il significato di quelle parole liberatorie. Mormorate, avrebbero quietato la bestia, che avrebbe scambiato la sua voce per quella del diavolo. Capì che la magia di Biancofiore risiedeva nel suo desiderio di libertà e decise allora di aiutarla. Raccolse tutto il suo coraggio e pronunciò quelle parole con una voce profonda, davanti all’orribile creatura. La bestia si rimise a dormire e così i due ne approfittarono per raggiungere la stalla, dove li aspettavano due cavalli: Vento e Pensiero.

Mentre Biancofiore stava di guardia, chiese al giovane di sellare Pensiero.

«Prendi anche la vecchia spada arrugginita che troverai lì vicino» disse, poi aggiunse: «Segui le mie istruzioni alla lettera, altrimenti mio padre ci fermerà».

Il principe entrò nella stalla e vide un cavallo giovane e forte. Era Vento. Di fianco c’era Pensiero, un ronzino vecchio e stanco. Vide anche due spade: una arrugginita e una nuova e splendente. Sicuro che Biancofiore si fosse confusa, sellò il primo destriero e prese la spada lucente. Poi, nella notte fitta e scura, si lanciarono al galoppo fino allo spuntare del sole, quando sarebbero stati in salvo.

Ma il diavolo, che montava Pensiero, stava loro alle calcagna. Non appena li vide, lui e il suo cavallo si trasformarono in una mostruosa bestia, più veloce, più forte e più spietata dello stesso demonio.

«Non voltarti» disse il principe a Biancofiore, non appena vide che il padre della giovane li inseguiva. «Non temere, abbiamo il cavallo più veloce.»

«Ti sbagli» gli rispose Biancofiore. «Solo in groppa a Pensiero saremmo potuti scappare. Adesso dovremo affrontare quel mostro di mio padre.»

Biancofiore fece cadere dalla coda del cavallo dei semi che si convertirono in palle di fuoco, ma il diavolo le spense subito.

Poi chiese al principe la spada arrugginita per lottare contro il diavolo. Questi le diede la spada scintillante, che Biancofiore sapeva essere inutile in battaglia. Cosi distese le sue ali, che crebbero fino a trasformarsi in quelle di un’immensa aquila. Impugnò lo spada con i suoi potenti artigli e la infilzò nella terra con tutta la forza che aveva, tanto da spaccare il terreno in due, creando una voragine cosi grande che il diavolo non poté saltarla.

Fu così che finalmente riuscirono a fuggire dal Castello di Andata Senza Ritorno. Lontano dal diavolo, Biancofiore recuperò definitivamente la sua forma umana, ma aveva ancora un timore. Sapeva che l’ultima maledizione che le aveva lanciato il padre quando le aveva infilato l’anello alla mano sinistra si sarebbe avverata e lei sarebbe stata dimenticata non appena qualcuno avesse abbracciato il principe.

Quando ritornarono nel regno del giovane, questi ordinò che nessuno lo abbracciasse, perché non voleva assolutamente scordare Biancofiore. Accettava solo i caldi abbracci della sua amata, che ogni giorno lo ringraziava per aver avuto il coraggio di affrontare il diavolo. Accadde però che un giorno viaggiarono in un paese lontano. Non sapendo nulla della maledizione, il re di quel paese accolse il principe con un abbraccio. Poi lo presentò a sua figlia, che in realtà era il diavolo sotto mentite spoglie. Il giovane accettò di sposarsi con lei, poiché aveva dimenticato all’istante Biancofiore.

Quando, in quel paese lontano, vennero annunciate le nozze del principe e della principessa, Biancofiore si fece passare per un’artigiana e portò un regalo alla giovane coppia.

«Maestà, vengo da molto lontano per donarvi la cosa più preziosa che ho» disse al principe e alla sua promessa sposa.

Poi offrì loro una pietra magica e una gabbia incantata.

«Sono doni strani» disse il principe, «ma ti ringrazio per la tua generosità.»

Quella notte il diavolo, che aveva riconosciuto la figlia nella giovane artigiana, abbandonò la sua forma umana e, alla luce della luna piena, volle capire perché avesse portato quei regali.

Interpellata, la pietra parlò: «Io sono la pietra del dolore, quello che sente tua figlia nel cuore, perché per il principe ha fatto l’inimmaginabile.

Ha spianato la collina, seminato il grano, lo ha mietuto e macinato, poi ha impastato il pane che il principe ti ha portato. Ha piantato anche le viti e raccolto l’uva per fare il vino che ti è stato donato».

La voce della pietra risvegliò il principe che, mentre ascoltava, cominciò a ricordare.

Il diavolo chiese allora alla gabbia perché sua figlia l’avesse scelta come regalo.

«Sono qui affinché Biancofiore possa accomodarsi tra le mie sbarre» rispose la gabbia. «Soffre talmente tanto per l’oblio a cui l’hai condannata che preferisce tornare a vivere come una colomba rinchiusa.

Il quel momento il principe ricordò ogni cosa, corse in cerca di Biancofiore e le sfilo dal dito l’anello della memoria. Poi lo lanciò in mare, lì dove doveva stare. Da quel giorno nessuno si dimenticò più di Biancofiore, la regina più intelligente e giusta di tutti i tempi. E l’unica che ebbe il coraggio di ingannare il diavolo e liberarsi di lui.

(Tradizionale spagnola)

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