In Oriente, in un paese lontano, viveva un re con le sue due figlie, Kupti e Imani, che amava più di ogni altra cosa. Il re adorava conversare con loro nei lunghi pomeriggi estivi e immaginava per entrambe un futuro radioso, in cui si sarebbero sposate per amore e non per convenienza. Una sera, mentre il sole calava all’orizzonte, parlò con Kupti, la maggiore.
«Figlia mia, vorresti ereditare un giorno le mie ricchezze? le chiese.
Kupti non capiva perché il padre le ponesse una domanda dalla risposta cosi scontata. Certo che avrebbe voluto! In effetti, nessuno lo meritava più di lei.
Il giorno seguente, sempre al tramonto, il re fece la stessa domanda a Imani, la più piccola. La sua risposta però lo sorprese: «Padre, ti ringrazio per la tua immensa generosità, ma ho deciso di rinunciare alla mia eredità. Mi piacerebbe essere io stessa l’artefice della mia fortuna».
Nonostante il re non comprendesse la scelta della figlia, decise di rispettare il suo volere. Con grande tristezza le disse che, se voleva realizzarsi da sola, doveva lasciare il palazzo. Solo rinunciando a tutti i suoi privilegi da principessa, infatti, avrebbe potuto mettersi davvero alla prova.
Imani andò da un anziano fachiro conosciuto da tutti per la sua frugalità. L’uomo aveva un dolore alla gamba che lo rendeva zoppo, viveva miseramente e a malapena riusciva a mettere qualcosa sotto i denti ogni giorno. La ragazza pensò che avrebbe potuto aiutarlo e così gli chiese ospitalità.
L’anziano non riusciva a comprendere cosa volesse da lui una principessa. Si guardò attorno, cercando conferma del fatto che quello fosse solo un sogno, ma l’unica cosa che riusci ad accertare fu la presenza in carne e ossa della fanciulla. Cosi non poté far altro che ospitarla. Avrebbe voluto avvertirla dell’estrema povertà in cui viveva, ma si sentì a disagio e non ci riusci.
Il fachiro la condusse alla capanna dove abitava, poi guardò il pagliericcio sul quale si stendeva ogni notte. Poteva forse dormire lì una principessa? Dopodiché fissò la pentola e la caraffa d’acqua, gli unici due oggetti che possedeva, chiedendosi se avrebbe potuto mai cucinare uno stufato per la giovane, visto che a malapena riusciva a trovare delle radici per sé. Non aveva nient’altro, se non gli stracci che indossava e la sua zoppia. Dopotutto era un fachiro, e non avrebbe potuto vivere in altro modo.
Imani osservò l’interno della capanna con un sorriso. Le sembrò pulita e in ordine, illuminata da un raggio di sole. Apprezzò l’umiltà della dimora, che contrastava con l’opulenza del suo palazzo. Pensò a suo padre, che le aveva dato la possibilità di guadagnarsi da vivere.
«Hai qualche moneta?» chiese al fachiro.
«Devo avere una monetina di rame da qualche parte» rispose l’uomo, che non aveva il coraggio di sbattere le palpebre per paura di porre fine a quel sogno.
La principessa lo aiutò a cercare quella moneta di poco valore. Quando la trovò, mezza sotterrata nella terra, se la mise in tasca e lo mandò a chiedere in prestito un telaio e una ruota per filare. L’anziano fachiro si diresse verso la strada nella quale era solito sostare a mendicare, ed entro la fine della mattinata riuscì a procurarle ciò che aveva chiesto.
Nel frattempo Imani andò al mercato e con quell’unica monetina comprò un cucchiaio di olio di rosmarino e tre quarti di olio di semi di lino. Ouando tornò alla capanna, fece distendere il vecchio e per una buona ora gli massaggiò la gamba malata. Poi lo invitò a riposare, e l’uomo si addormentò ascoltando il ritmico tramestio del fuso.
Il giorno dopo venne svegliato dallo stesso rumore, poiché Imani era rimasta a filare per tutta la notte. Al tramonto, aveva terminato di tessere una stoffa così bella che, alla luce della luna, sembrava intrecciata con fili d’argento.
«Domattina vai al mercato e vendi la mia stoffa» disse al fachiro. «Ho bisogno di riposare.»
L’anziano guardò il tessuto pregiato, domandandosi come si potesse creare qualcosa di cosi bello. Quanto avrebbe potuto chiedere in cambio?
Non aveva mai avuto tra le mani qualcosa di tanto prezioso.
«Chiedi due monete d’oro» disse all’improvviso Imani, come se gli avesse letto nel pensiero.
L’indomani, l’anziano stava mostrando la stoffa nel trambusto del mercato. Zoppicava tra le bancarelle e i cantastorie sperando che qualcuno lo notasse e gli chiedesse di vendere la tela.
Quella stessa mattina la principessa Kupti si recò al mercato e, quando vide i riflessi argentei della stoffa del fachiro, si avvicino incuriosita, desiderosa di comprarla.
“Costa due monete d’oro» disse il vecchio.
La principessa lo pagò il giusto, consegnò la tela alla sua dama di compagnia e tornò al palazzo. Con le monete Imani comprò una ruota per filare e un telaio e restituì quelli presi in prestito. Come ringraziamento, la principessa li fece accompagnare da una matassa del suo miglior filo.
Ogni mattina Imani si alzava al levar del sole e andava al mercato con una moneta di rame. Comprava un cucchiaio di olio di rosmarino e tre quarti di olio di lino, tornava alla capanna e per un’ora massaggiava la gamba malata del vecchio. In seguito filava fino a ottenere un filo sottilissimo. Con quello tesseva una splendida stoffa che poi consegnava al fachiro affinché la vendesse al mercato per due monete d’oro. A ogni vendita teneva una moneta di rame e quel tanto che bastava per comprare del cibo. Tutto il resto lo metteva da parte in un buco scavato nel pavimento della capanna.
Imani andò avanti così, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, senza preoccuparsi dei mesi e delle stagioni che scorrevano. Le sue stoffe, sempre più soffici e pregiate, divennero famose in tutta la città. Il fachiro, che ormai zoppicava in modo quasi impercettibile grazie alle cure della giovane, si recava al mercato ogni mattina e vendeva tutto ciò che la principessa tesseva.
Arrivò il giorno in cui dovettero lasciare la capanna, poiché le monete d’oro straripavano dal buco nel pavimento. Imani cercò un architetto e degli operai affinché costruissero una casa per lei e per il fachiro. Era una dimora semplice, ma tanto elegante e bella che ne senti parlare persino il re. Quando questi venne a sapere che apparteneva a sua figlia, gli si dipinse in volto un sorriso soddisfatto. Al contrario, Kupti provò una punta di invidia. Da quando sua sorella aveva abbandonato il palazzo, la responsabilità della successione era ricaduta tutta su di lei, che si sentiva oppressa dai doveri di futura regina.
«La mia piccola Imani aveva detto che desiderava essere l’artefice della sua fortuna» ricordò orgoglioso il re «ed è ciò che sta facendo.»
Era felice di aver appreso quella bella notizia prima di partire per Dür, un regno lontano dove si sarebbe trattenuto a lungo. Kupti gli chiese di portarle in dono una collana di rubini, il regalo più costoso che le venne in mente. Imani, invece, sembrava non desiderare nulla, cosi il re decise di mandare a casa sua un messaggero.
«Dovrà pur aver bisogno di qualcosa» gli disse il re. «Riferiscimi cos’è e glielo porterò al mio ritorno.»
Quando il messaggero fece visita a Imani la trovò intenta a svolgere il proprio lavoro. Cercava di sbrogliare una matassa senza rompere il filo ed era cosi concentrata che a malapena fece caso all’uomo. Poi all’improvviso sospirò: «Pazienza… Ho bisogno di tanta pazienza…».
Il messaggero reale tornò a palazzo e disse al re che la principessa Imani aveva bisogno di pazienza. «E deve averne davvero molto bisogno perché lo ha ripetuto tante volte» aggiunse.
«Se le cose stanno così, spero proprio che a Dür vendano la pazienza» rispose stranito il re. «Io non l’ho mai avuta ma, se si vende, le comprerò tutta quella che c’è.»
Il re si mise in viaggio, portò a termine la sua missione a Dür e comprò la collana di rubini più costosa per Kupti.
«Vai al mercato e compra la pazienza» ordinò poi a un servo. «Se non la vendono, chiedi dove si può trovare, ma non tornare finché non te la sarai procurata.»
Il servo andò al mercato e cominciò a chiedere a gran voce se c’era qualcuno che vendesse la pazienza, nonostante fosse convinto che il re gli avesse affidato un compito irrealizzabile.
«Compro pazienza! Pazienza! Compro pazienza!» gridava a gran voce tra la gente.
Il re Sabar Khan venne presto a sapere che c’era un uomo in cerca di pazienza. Il sovrano, che era curioso e aveva un gran senso dell’umorismo, volle conoscere un personaggio così singolare. Quando si presentò al suo cospetto, il servo gli spiegò che la pazienza era per Imani, la figlia del re.
Nella lingua del regno di Dür, “Sabar” significava “pazienza”, così il re decise di fargli uno scherzo e disse: «Immagino che la principessa abbia bisogno di molta pazienza, se deve comprarla. Ebbene, dille che nel mio regno c’è, ma non si compra né si vende».
Il servo non si diede per vinto e raccontò al re Sabar che la principessa Imani era determinata, intelligente e una lavoratrice dal grande cuore.
«E sia» disse il re. «Ti darò una cosa.»
Sabar Khan consegnò al servo uno scrigno contenente un ventaglio. Lo chiuse con attenzione e ordinò al messaggero di portarlo alla principessa.
«Non ha serratura né si chiude a chiave, ma non preoccuparti: si aprirà solo al tocco della persona che avrà bisogno di ciò che c’è al suo interno.»
Poi aggiunse: «Quando la principessa lo aprirà, troverà pazienza. Anche se non sono sicuro che sia del tipo che cerca».
Il servo tornò dal re con lo scrigno e questi lo portò con sé di ritorno a casa. Non appena rientrò a palazzo, distribuì i doni. Kupti indosso la collana senza una parola di gratitudine e Imani tornò a casa con lo scrigno, senza comprenderne il significato. Il fachiro tentò invano di aprirlo, cosi Imani decise di provarci. Non appena le sue mani toccarono il coperchio, questo si apri! La giovane estrasse dallo scrigno un meraviglioso ventaglio, con il quale cominciò a farsi aria.
Una, due, tre sventagliate ed ecco che, all’improvviso, comparve davanti ai loro occhi il re Sabar Khan.
«Questa fanciulla mi ha evocato dando tre colpi di ventaglio» spiegò il re, «se però desidera che io scompaia, basta che lo richiuda e che dia un colpo sul tavolo. Tornerò al mio palazzo in un lampo.»
«Ma io non ho evocato nessuno, e non ho chiesto proprio nulla» rispose Imani.
«Be’, hai chiesto la pazienza» disse il re, «e poiché quello è il mio nome, eccomi qui, al tuo servizio.»
Il Fachiro diede il benvenuto a Sabar Khan, che cominciò a raccontare del suo regno. Il vecchio e il re scoprirono di avere in comune la passione per gli scacchi e così iniziarono una coinvolgente partita. Poi insegnarono le regole del gioco anche a Imani
Sabar Khan stava così bene in loro compagnia che iniziò a far visita al fachiro e alla giovane quasi ogni giorno. Di solito giocavano fino a tarda notte, perciò il fachiro e Imani attrezzarono una piccola stanza affinché Sabar Khan potesse riposare lì per fare ritorno al suo palazzo la mattina seguente.
Ben presto nel regno si diffuse la notizia che un giovane ricco e altolocato alloggiava nella casa di Imani. Quando Kupti venne a saperlo, andò a trovare la sorella per la prima volta dal giorno in cui aveva lasciato il palazzo. Spesso le era capitato di pensare che Imani, per lo meno, era libera di fare ciò che voleva. Arrivò persino a domandarsi se non avrebbe fatto meglio a seguire il suo esempio. Mossa dall’invidia si presentò dalla sorella con cattive intenzioni. Alla prima occasione entrò nella camera di Sabar Khan e, senza che nessuno la vedesse, sparse tra le lenzuola schegge di vetro mischiate a un potente veleno.
Non appena Kupti se ne fu andata, Imani diede tre colpi di ventaglio, poiché desiderava parlare con il re di Dür della visita della sorella. Quella notte, dopo una lunga partita a scacchi, Sabar Khan andò a letto. Le schegge di vetro avvelenato penetrarono nella sua pelle, provocandogli uno strano malessere. La mattina seguente, quando il sovrano tornò a Dür, stava molto peggio.
I suoi consiglieri mandarono a chiamare tutti i medici e i saggi del regno, ma nessuno seppe dire di quale malattia si trattasse. Ogni giorno il re peggiorava sempre più, la febbre aumentava e il dolore diventava insopportabile. In tanti ormai aspettavano solo la sua morte.
Molto lontano da lì, la principessa e il fachiro si chiesero cosa fosse successo al loro amico. Nonostante continuassero a evocarlo con il ventaglio, Sabar Khan non rispondeva.
«Andrò a Dür» disse la principessa al fachiro. «Forse il re ha bisogno del nostro aiuto.»
Imani si travestì da fachiro affinché il viaggio risultasse meno pericoloso. Nessuno infatti avrebbe provato a derubare qualcuno che non possiede nulla. Cammino per due giorni fino a quando, la seconda notte, si rese conto di avere bisogno di dormire un po’ e così si sdraiò sotto la chioma di un albero. Nonostante fosse molto stanca, non riuscì a prendere sonno, poiché Sabar Khan era al centro dei suoi pensieri. In quel momento sentì due scimmie che, in cima all’albero, parlavano tra loro.
«Il re di Dür sta morendo. Kupti, la principessa di un regno lontano, ha gettato delle schegge di vetro avvelenate nel suo letto.»
«Ne sei sicura?» chiese l’altra scimmia.
«Me l’hanno detto gli uccelli» rispose la prima. «Loro sanno tutto poiché vedono ogni cosa e vanno dovunque.»
«Che peccato» intervenne l’altra, «il re di Dür è un buon sovrano. Potrebbe curarsi grazie alle bacche di questo albero messe a mollo in acqua calda. In tre giorni starebbe meglio.»
Imani ascoltò tutta la conversazione e, quando si svegliò, non riusci a ricordare se si fosse trattato di un sogno. Così, dubbiosa, raccolse tutte le bacche che poté e si rimise in cammino, questa volta senza fermarsi finché non arrivò a Dür. Lì si diresse al mercato e cominciò a percorrere le vie tra una bancarella e l’altra.
«Vendo medicina!» gridava. «C’è qualche malato che ha bisogno di una medicina? È perfetta per febbre e avvelenamenti!»
La principessa riuscì ad attirare l’attenzione di un uomo che le si avvicinò, scambiandola per un giovane fachiro.
«Venga con me al palazzo» disse lui. «Conosco una persona molto malata che ha bisogno di cure.»
Per Imani non fu facile arrivare al cospetto del re, visto che tutti i dottori e i saggi che lo avevano curato fino a quel momento indossavano vestiti eleganti ed erano accompagnati dai loro servitori, mentre lei aveva un aspetto molto umile. La giovane, però, non desistette e finalmente le diedero una possibilità.
«Ho bisogno di una stanza e di una pentola per scaldare l’acqua» disse subito.
I consiglieri del re si sorpresero di quelle richieste così modeste rispetto a quelle tanto strampalate dei medici, ma obbedirono.
Non appena l’acqua fu calda, Imani vi inzuppò le bacche e chiese ai servi di bagnare il re con l’impasto ottenuto. Gli uomini eseguirono e, quello stesso giorno, il re riuscì finalmente a dormire senza avere la pelle in fiamme.
L’indomani Imani scaldò nuovamente dell’acqua e ci mise in ammollo altre bacche. Chiese ai servitori di usarle per inumidire le labbra del re.
Gli uomini eseguirono e, poco dopo, Sabar Khan ebbe di nuovo fame e sete.
Il terzo giorno Imani chiese ai servitori di avvolgere i piedi del re con l’impacco di bacche. Gli uomini eseguirono l’ordine e, poco dopo, il loro sovrano si alzò e iniziò a camminare. Stava bene, si sentiva solo un po’ debole per aver passato così tanto tempo a letto.
Il quarto giorno Imani decise di andarsene, poiché il re si era completamente ripreso. Sabar Khan, però, volle conoscere l’eminente dottore che gli aveva salvato la vita. I consiglieri gli dissero che era stato un giovane fachiro, e il re insistette per ringraziarlo di persona.
Quando Imani, ancora travestita, si presento al suo cospetto, Sabar Khan le offri grandi somme di denaro in segno di riconoscenza. Alla giovane, però, non interessava arricchirsi.
«Insisto» disse il re. «Sarebbe un’offesa per me se il mio salvatore rifiutasse i miei doni.»
«In quel caso, mi bastano l’anello col sigillo reale che portate al dito e il vostro fazzoletto» rispose Imani imitando la voce di un uomo.
«Posseggo oggetti di maggior valore» disse il re, «però, se questo vi è sufficiente, prendetelo pure.»
Il re estrasse il fazzoletto che teneva all’interno della sua cappa e glielo diede. Poi si levò l’anello e, dopo averglielo consegnato, salutò il giovane fachiro senza aver riconosciuto la principessa Imani.
Passò del tempo, il re si riprese completamente e la vita di Imani e del fachiro tornò a essere quella di prima. Un giorno, Imani invocò Sabar Khan con il ventaglio, e questi si presentò all’istante. Non si vedevano da molto e nel frattempo erano successe così tante cose che i due passarono tutta la notte a parlare. All’alba, il sovrano le parlo del giovane fachiro che l’aveva guarito e di quanto gli fosse riconoscente, nonostante avesse potuto donargli solo un anello e il suo fazzoletto.
Imani allora sorrise e tirò fuori i due oggetti preziosi. «È questo ciò che ti ha chiesto il tuo salvatore?» chiese.
Sabar Khan guardò Imani negli occhi e solo allora riconobbe in lei il giovane fachiro.
«Credo che non siano state le bacche a curarmi» replicò lui «ma il fatto che tu mi sia stata vicino, Imani.»
Sabar Khan, infatti, era innamorato della giovane fin dal primo giorno.
Le chiese di diventare la regina del suo regno, dove sarebbe tornato solo insieme a lei.
La principessa Imani ricambiava quell’amore, così ando al palazzo del padre per comunicargli che aveva deciso di sposarsi.
«Sono certo che non esista sulla Terra un uomo più felice del tuo futuro sposo» le disse il re, «così come so che non esiste sulla Terra un padre più orgoglioso della propria figlia, cara Imani.»
Al sentire quelle parole, Kupti si arrese di fronte all’evidenza. Sua sorella non solo era riuscita a crearsi la propria fortuna, ma aveva anche trovato il vero amore. Pentita, si avvicinò a Imani e le disse: «Perdonami, sorellina. Ho invidiato la tua audacia senza rendermi conto che anche io la possedevo. D’ora in poi farò le mie scelte, senza che la paura annebbi il mio coraggio».
(Tradizionale indiana)
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