Il principe dai tre destini

Migliaia di anni fa, in Egitto, il faraone convocò le sacerdotesse affinché benedicessero il suo erede appena nato. Quando queste si riunirono davanti alla culla reale, i loro sorrisi si trasformarono in espressioni di tristezza, poiché lessero sul volto del bambino l’ingrato destino che lo aspettava.

«Cosa succede?» chiese allarmata la grande sposa reale.

«Vostro figlio porta con sé una triste sorte» rispose la sacerdotessa più giovane «e non possiamo fare nulla per lui, poiché è scritto che un cane, un serpente o un coccodrillo causeranno la sua morte.»

Il faraone e la sua sposa erano tanto increduli per quella terribile notizia che ordinarono di costruire un luogo sicuro che proteggesse il figlio dal destino in agguato.

Nei mesi successivi venne così eretta una fortezza per il giovane principe. Gli architetti e i costruttori del faraone fecero del proprio meglio per soddisfare la richiesta reale fin nei minimi dettagli. In quel luogo il piccolo erede crebbe circondato da giochi, bambinaie e ancelle pronte a intrattenerlo. C’erano persino sentinelle notturne che vigilavano nei dintorni nel caso in cui un cane, un serpente o un coccodrillo si fossero avvicinati.

Nonostante ciò, niente e nessuno poté fermare l’inevitabile. Così, un giorno, mentre passeggiava sulle mura, il principe avvistò qualcosa nel deserto che richiamò la sua attenzione.

«Cos’è quello?» chiese incuriosito.

La bambinaia gli spiegò che si trattava di un cane e, sebbene cercasse di descriverlo come qualcosa di pericoloso e poco interessante, il piccolo cominciò a fantasticare, immaginando di poter giocare con lui. Poiché la bambinaia glielo proibì più e più volte, decise di andare dal faraone.

«Voglio un cane» disse a suo padre quella sera stessa.

Il faraone, che aveva sempre temuto quel momento, raccontò al figlio della profezia che pendeva sulla sua testa.

«Il tuo destino è quello di morire per colpa di un cane, un serpente o un coccodrillo» gli confessò. «Ecco perché devi stare lontano da questi tre animali.»

Il giovane erede, però, non si spaventò. Al contrario, si sentì sollevato nel comprendere finalmente perché era cresciuto isolato nella fortezza. In quel momento decise che non era più disposto a vivere nella paura.

«Padre, desidero un cane che mi faccia compagnia» gli spiegò. «Trascorrere le giornate in solitudine è per me una grande sciagura.»

Il faraone acconsentì, convinto che un cucciolo non avrebbe potuto fare del male al figlio. Se ne sarebbe sbarazzato non appena fosse cresciuto, diventando una minaccia; ma per allora suo figlio sarebbe stato un uomo ormai e l’attaccamento all’animale sarebbe sicuramente diminuito. Così, pochi giorni dopo, gli donò un cagnolino che cominciò subito a leccarlo e a mordicchiarlo affettuosamente.

Trascorsero gli anni senza che nessun pericolo mettesse a repentaglio la vita del giovane erede, e arrivò il giorno in cui questi divenne un uomo.

Era stanco di vivere rinchiuso tra le mura del palazzo. Non temeva niente e nessuno, si era allenato per lottare contro ogni tipo di bestia… Perché avrebbe dovuto farsi spaventare da una vecchia profezia?

Si presentò così al cospetto del padre e lo pregò di lasciarlo andare, perché non c’era niente che desiderasse più della libertà. Sognava di conoscere il mondo, convinto che solo così avrebbe potuto governare l’Egitto in modo giusto e moderato, come si confà a un faraone. Perché il padre fosse più tranquillo, si sarebbe fatto accompagnare dal suo cane che, come lui, era cresciuto ed era pronto a trasformarsi in una bestia feroce e aggressiva per difendere il padrone.

Il faraone fu comprensivo con il figlio e lo lasciò andare.

«Se il destino viene a cercarti, meglio che non ti trovi qui, o in qualsiasi altro angolo d’Egitto» gli disse. «Ti darò un’imbarcazione affinché il Nilo possa portarti il più lontano possibile e far perdere le tue tracce.»

E fu così che il principe disse addio al padre, montò a cavallo e si diresse al porto. Lì, insieme al cane, si imbarcò su un’enorme nave che risalì il Nilo fino alla regione di Aswan. Dopo svariate settimane di navigazione apparve all’orizzonte la bandiera di un regno lontano, sulle coste del Mar Rosso. Il principe pensò che potesse essere un buon luogo per cominciare una nuova vita, un posto dove prendersi gioco del suo destino e dove nessuno avrebbe mai saputo del suo sangue blu.

Accompagnato dal fedele amico, cavalcò fino alle mura del palazzo più bello che avesse mai visto. In effetti non aveva conosciuto altri palazzi all’infuori di quello del padre.

Il giovane scoprì che si trattava di un regno governato da un sovrano giusto e caritatevole, del quale tutti coloro che incontrava gli parlavano in modo lusinghiero. L’uomo aveva una sola figlia che amava cosi tanto da averle costruito un magnifico palazzo con la torre più alta del regno. Le finestre si trovavano a settanta metri da terra e non per un semplice capriccio, ma per volere del re, il quale credeva che un principe degno di sua figlia avrebbe dovuto avere il coraggio di arrampicarsi fino alla finestra dalla quale si affacciava sempre la principessa, dimostrando così di essere disposto a qualsiasi cosa pur di renderla felice.

Il messaggero reale venne mandato in visita a tutti i regni confinanti per comunicare la prova richiesta dal sovrano a tutti coloro che desideravano sposare la principessa. La ragazza vedeva di buon occhio la sfida, anche solo per il fatto che le avrebbe risparmiato decine di ore passate a conversare con pretendenti noiosi e pieni di sé. Inoltre, le virtù che più apprezzava in un uomo erano la prudenza e l’intelligenza, e quella non era una prova per giovani impetuosi e senza cervello, dato che le mura del palazzo erano di marmo, lisce come specchi.

Ogni mattina, dopo aver adempiuto ai suoi doveri di futura regina, si sistemava vicino alla finestra per osservare le decine di giovani che saltavano, si arrampicavano, scalavano e si pavoneggiavano… per poi cadere a terra con un tonfo fragoroso, maledicendo la cattiva sorte.

Sotto le mura si riuniva sempre un folto gruppo di persone, non solo coloro che aspiravano a scalare quelle bianche pareti, ma anche abitanti del luogo che si godevano lo spettacolo di quei pretendenti e dei loro molteplici sforzi. Giorno dopo giorno, i mantelli dei giovani colorarono i muri immacolati del palazzo e, nonostante alcuni arrivassero più in alto di altri, nessuno riuscì ad avvicinarsi alla finestra della principessa. Trascorsi quattro giorni, il numero dei pretendenti era cresciuto così tanto da giungere alle orecchie del principe, che decise dunque di tentare la sorte travestito da forestiero in cerca di un’occasione. Invece di imitare gli inutili gesti di tutti gli altri, come saltare o scalare ancora e ancora, si mise a osservare i rivali. In questo modo scoprì quali erano i punti del muro più ostici da evitare. Studiò a memoria dove si trovavano le piccole fenditure e le minuscole sporgenze, e disegnò una mappa che potesse guidarlo durante l’ascesa. Imparò dagli errori degli altri pretendenti e, quando si senti pronto, cominciò la scalata. Aveva memorizzato cosi bene il percorso da seguire che lasciò tutti sbalorditi per la precisione e la rapidità con cui si muoveva. In pochi minuti aveva raggiunto il davanzale della finestra.

«È da giorni che ti guardo mentre osservi gli altri» esordi la principessa. «Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato; la prudenza e l’intelligenza ti hanno portato fin quassù.»

I due giovani cominciarono a conversare e si innamorarono. Intanto, per tutto il regno si sparse la voce che un giovane era riuscito a scalare le pareti del palazzo con successo. Il re apprese la notizia con sollievo, visto che cominciava a temere che nessuno ci sarebbe mai riuscito. La sua gioia però si trasformò in rabbia quando venne a sapere che il giovane non era di nobili origini, ma un plebeo. Il principe aveva infatti fatto credere a tutti che suo padre fosse uno stalliere!

«Che sia punito per questo affrontol» ordinò il re. furibondo. «Come osa chiedere la mano di mia figlia? Lei è una principessa!»

Il re fece catturare il giovane, che venne rinchiuso nelle prigioni in attesa di essere impiccato il giorno dopo.

«Padre, immagina cosa penserebbe il popolo di un re che non mantiene la parola data» insinuò la figlia. «Non hai mai detto che i pretendenti dovessero essere di stirpe reale» concluse.

Le sagge parole della principessa placarono l’ira del padre. Quando il giovane entrò nella sala del trono la sua umiltà compiacque il re, che si mostrò sempre più soddisfatto della scelta dopo averlo sentito parlare.

«Dimmi chi sei» gli domandò infine. «Ascoltandoti è difficile credere che tu sia davvero il figlio di uno stalliere.»

«Devo ringraziare mia madre per l’educazione che mi ha impartito» rispose il giovane, che non voleva rivelare la propria identità al sovrano per paura di essere raggiunto dal suo infausto destino.

Seppur insoddisfatto, il re accettò quella risposta e diede la propria benedizione al matrimonio. Prima della cerimonia, però, il giovane volle confessare la verità alla futura sposa.

«Sono un principe, ma la mia vita dipende da tre creature: un cane, un serpente e un coccodrillo» le confessò.

La principessa ascoltò la storia della profezia senza capacitarsi di come il giovane potesse essere cosi affezionato al proprio cane.

«È stato il mio unico amico fin da quando io ero piccolo e lui un cucciolo, non mi farebbe mai del male» rispose il principe. «Non preoccuparti, porto sempre con me una spada e ogni volta che uscirò dal palazzo mi farò scortare da una guardia reale.»

Il giorno successivo si celebrò il matrimonio e qualche mese dopo arrivo la notizia che il faraone, ormai solo e malato, cercava il figlio, suo erede, per trascorrere gli ultimi momenti insieme a lui.

Il giovane decise di tornare dal padre per esaudire quell’ultimo desiderio. Salutò la moglie e si mise in cammino.

Il viaggio durò diversi giorni e diverse notti. Un pomeriggio, mentre riposava sulle rive del Nilo, un enorme coccodrillo strisciò fino a lui. Fortunatamente la guardia che lo accompagnava si svegliò in tempo e rifilò alla bestia una pozione che la fece dormire per giorni. Il giovane credette così di aver evitato uno dei suoi tristi destini.

Alla fine il giovane raggiunse l’anziano padre. Tornato in Egitto, si rese conto di quanto gli fosse mancato il suo paese e capì che non avrebbe più voluto lasciarlo. Chiese così alla moglie di raggiungerlo per regnare insieme e, qualche settimana dopo, i due giovani si rincontrarono.

Una notte la principessa si stava per addormentare quando vide una strana creatura in un angolo della stanza. I suoi occhi brillavano nell’oscurità mentre si dirigeva lentamente verso il suo sposo, che dormiva sereno. La giovane si rannicchiò spaventata quando capì che si trattava di un enorme serpente.

Radunando tutto il suo coraggio, pensò velocemente a come liberarsi di lui. Appoggiò a terra uno specchio e una scodella di latte caldo. Attratto dall’odore, il serpente strisciò fino a lì. Vedendosi riflesso nello specchio pensò che ci fosse un altro rettile pronto ad avventarsi sulla sua preda, e lottò contro la sua immagine fino a rimanere senza forze. Così, grazie alla moglie, il principe fu certo di essere sfuggito per sempre a un altro dei suoi tre destini.

La mattina dopo, il giovane cavalcò fino al fiume in compagnia del suo fedele cane, che ormai era molto vecchio e praticamente cieco.

All’improvviso qualcosa di simile a un tronco attirò la sua attenzione.

Scese dal cavallo e si avvicino, ma in quell’attimo si rese conto di essersi sbagliato. Le enormi fauci di un coccodrillo del Nilo rivelarono la terribile verità

«Non puoi fuggire» disse il rettile. «lo sono il tuo destino.»

In quel momento il principe capì che ovunque fosse andato e qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe sempre stato in pericolo. Per la prima volta temette per la propria vita e così andò da un anziano mago per chiedere il suo aiuto.

«C’è un modo per liberarti dalla profezia» gli disse. «Devi scavare un pozzo nella sabbia arida e riempirlo d’acqua. Solo così il maleficio svanirà. In caso contrario, la morte presto ti troverà.»

Il giovane se ne andò angosciato, poiché sapeva che era impossibile far sì che un pozzo di arida sabbia non si prosciugasse immediatamente.

Condivise la sua preoccupazione con la principessa che, vedendolo così avvilito, provò a non dare troppa importanza a quello strano compito.

«Come può una buca fatta di sabbia rimanere piena d’acqua?» continuava a ripetere il giovane.

«Non temere» lo tranquillizzò la moglie. «Conosco le proprietà delle piante. Nel deserto, non lontano da qui, cresce un piccolo fiore con solo tredici petali che manterrà l’acqua nel pozzo per tutto l’anno. Andrò a raccoglierlo all’alba. Nel frattempo tu comincia a scavare.»

Prima che sorgesse il sole, la principessa si incamminò verso il deserto con il cuore stretto in una morsa perché in realtà non sapeva dove si trovasse quel fiore. Per strada incontrò un gatto sacro. Rappresentava Bastet, la dea dell’armonia e della felicità, che volle aiutarla. Il gatto le disse che avrebbe potuto trovare il fiore portentoso in cima a una montagna sferzata dai venti di due divinità furibonde. Determinata, la donna raggiunse il monte, arrampicandosi fino in cima come poté e aggrappandosi alle più piccole radici che le dita riuscirono ad afferrare.

“Se il mio sposo è riuscito a scalare le mura del castello senza nemmeno conoscermi, il minimo che posso fare è scalare questa montagna per salvarlo” si ripeteva per darsi coraggio.

Quando finalmente arrivò in cima, si scatenò una tormenta che la obbligò a chiudere gli occhi. Si lamentò della sfortuna che le impediva di individuare il fiore magico. Però non si perse d’animo e cominciò a tastare il terreno finché non trovò un bocciolo delicato tra le rocce appuntite.

Tremando, contò i petali. Uno, due, tre… fino ad arrivare a tredici. Strinse il fiore al petto e cominciò la discesa.

Trovò il marito in riva al fiume, nei pressi del pozzo che aveva scavato e sotto l’implacabile sguardo del coccodrillo. La principessa mise il fiore nella buca, il giovane ci versò sopra l’acqua e attese. I minuti divennero ore, e l’acqua non se ne andò. Allora il principe guardò trionfante il coccodrillo che si immerse nel fiume, sconfitto. E fu così che, grazie alla principessa, il principe sfuggì per sempre a un altro dei suoi tre destini.

La coppia felice festeggiò quella grazia con una battuta di caccia.

Come sempre vennero accompagnati dal fedele cane che però, a causa della sua cecità, sprofondò in un terreno paludoso. Il suo padrone lo raggiunse per aiutarlo ma sfortunatamente anch’egli cominciò a sprofondare in quell’acquitrino ingannevole. La principessa agì in fretta: trovò una corda, la lanciò allo sposo e lo aiutò a uscire.

«Mi spiace che il tuo cane sia morto» si rattristò lei. «Ma consolati con il fatto che d’ora in avanti non avrai più nulla di che preoccuparti.»

E fu così che grazie all’intelligenza, al coraggio e alla forza della principessa, il principe si liberò anche dell’ultimo, terribile destino.

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